Ci sono giornate che partono male, sanno di sospensione e finiscono nel modo peggiore, lasciando una ferita calda che ci metterà un'eternità a cicatrizzare. Tore Serra ha combattuto per ore.
Intere ore in quella sala operatoria dell'ospedale Brotzu di Cagliari, mentre fuori, lungo tutto l'isolotto sardo e oltre il mare, la gente restava appesa al telefono, in attesa di un segnale, di un miracolo, di un'altra epica virata verso il canestro come quelle che sapeva fare lui. Sei ore di intervento, una battaglia durissima contro un aneurisma addominale improvviso e traditore.
Poi, intorno alle 21, il silenzio. Il fischio finale di una partita che nessuno avrebbe mai voluto giocare e che a 71 anni se l'è portato via, lasciando un vuoto immenso, pesante, quasi soffocante.
Se ne va un gigante, e non solo per quei due metri d'altezza che a quindici anni ti fanno sembrare un titano in mezzo ai compagni di classe. Tore Serra era gigante nei modi, nel sorriso, nella generosità profonda che riservava a chiunque incrociasse la sua strada.
Un "gigante buono", di quelli veri, che non hanno mai avuto bisogno di alzare la voce per farsi rispettare, perché a parlare per loro c’erano l’esempio, l’eleganza, la dedizione. A Cagliari e nell'intera Sardegna, la notizia della sua scomparsa si è diffusa come una scossa elettrica, di quelle che lasciano storditi.
Originario di Orosei, si era trasferito da piccolo nel capoluogo, e la sua storia d'amore con la pallacanestro era iniziata come la storia di tanti ragazzi di una volta: sui campetti di cemento o d'asfalto, con le ginocchia sbucciate e il pallone arancione consumato a forza di rimbalzi. Il suo palcoscenico di gioventù era il campetto della chiesa di Cristo Re, alle spalle di via Scano.
Era lì che il piccolo Tore, che tanto piccolo non è mai stato, ha imparato l'arte della palla a spicchi. Tra una sbucciatura e un tiro al tabellone, chiunque passasse di lì capiva subito che quel ragazzo alto non si limitava a giocare: lui respirava basket.
Non ci è voluto molto prima che la grande serie A accorgesse di lui. A soli 15 anni, l'esordio con il leggendario Brill Cagliari.
Erano anni d'oro per lo sport sardo, un'epoca mitica in cui la Sardegna riscriveva la propria geografia agonistica. L'isola non era più una periferia lontana, ma una terra di campioni caparbi.
Erano gli anni del Cagliari di Gigi Riva che conquistava lo scudetto, ma erano contemporaneamente gli anni fantastici della pallacanestro, del quintetto delle meraviglie: Sutter, Ferello, Puidokas, Melillo e lui, Tore Serra. Erano domeniche di passione pura al Palazzetto di via Rockfeller, un tempio dove ancora oggi, se chiudi gli occhi e ascolti bene, ti sembra di sentire l'eco dei cori della folla, gli zoccoli sui gradoni, il parquet che scricchiola, i tabelloni che tremano sotto le schiacciate.
Ma la grandezza di Tore non si è esaurita con la fine delle scarpe da gioco al chiodo. Finita la carriera da atleta, ha continuato a servire lo sport e la comunità con la stessa identica passione.
Ha insegnato per anni al Liceo "Pacinotti" di Cagliari, dove è arrivato fino al pensionamento lasciando una traccia indelebile. Oggi lo piangono i suoi colleghi docenti, ma soprattutto centinaia di studenti che in lui non hanno trovato solo un professore, ma un educatore, un punto di riferimento equilibrato, una figura capace di insegnare la disciplina del corpo e l'inclusione della mente.
E poi c'era il suo impegno dirigenziale, una seconda vita spesa per far crescere i giovani e difendere il movimento cestistico della sua terra. Diventato presidente della Federazione Italiana Basket per la Sardegna, fortemente voluto al vertice dal suo predecessore e oggi presidente del CONI regionale Bruno Perra, Tore ha guidato la FIP sarda con equilibrio, amore e visione.
Non gli interessavano le poltrone o la burocrazia: a lui interessavano i campetti, le palestre di periferia, le societa di provincia che fanno i salti mortali per comprare le maglie ai ragazzini, i settori giovanili dove crescono i campioni di domani. Per generazioni di ragazze e ragazzi che hanno preso in mano un pallone da basket in Sardegna, Tore Serra è stato una presenza costante, solida, un padre nobile dello sport.
Il valore di un uomo si misura anche dall'eco che la sua scomparsa produce lontano da casa. Nelle stesse ore in cui a Cagliari ci si stringeva nel dolore, a Cermenate si giocava.
L'Esperia-Olimpia ha conquistato una bellissima vittoria in trasferta, ma appena suonata la sirena finale non ci sono stati caroselli o festeggiamenti sfrenati. I giocatori si sono radunati a centrocampo, abbracciati in cerchio, per dedicale quella vittoria e inviare un abbraccio forte e sincero a Tore Serra.
Un gesto spontaneo, bellissimo, che racconta meglio di mille parole quanto fosse stimato e amato in tutta Italia. Dire che Tore Serra era un "campione dentro e fuori dal campo" potrebbe sembrare una frase fatta, una di quelle formule di rito che si usano per i coccodrilli di circostanza.
Ma chi lo ha conosciuto sa bene che nel suo caso non c'è traccia di retorica. Tore era davvero così.
Generoso, umile, ironico, sempre pronto a dare una mano, a spendere una parola di conforto per un giovane atleta in crisi o un consiglio prezioso a chi muoveva i primi passi nel settore dirigenziale. Oggi la Sardegna si sveglia più sola e più povera.
Non piange solo il popolo della pallacanestro, non piangono solo gli appassionati del pallone a spicchi. Piange chiunque creda nei valori puliti dello sport, nella lealtà, nel rispetto, nella dedizione.
Il vuoto che lascia Tore Serra è immenso, ma la sua eredità è viva e pulsante nei ricordi di chi lo ha visto volare a canestro, nelle lezioni mandate a memoria dai suoi studenti del Pacinotti, e in tutti quei campetti parrocchiali dove stasera ci sarà un ragazzo che palleggia da solo, guardando verso l'alto, sognando di diventare grande e buono come lui. SERGIO.
DEMURU